Recensione: Left 4 Dead

Il gioco è un FPS sviluppato da Valve per PC e XBOX360.
In questo titolo potrete insieme ad altri tre compagni, vivere le gesta di 4 poveri sfigati contro quantità indecenti di zombie alla ricerca disperata di raggiungere un mezzo di soccorso. Ad accompagnarli solamente pochi fucili, un paio di pistolette, qualche medipack. Questi pochi strumenti dovranno essere utilizzati al meglio del loro potenziale per poter uscire vivi alla fine del livello, e questo obiettivo è raggiungibile solamente facendo del vero gioco di squadra.
Il gioco è composto di 5 campagne,della durata di un piccolo film, suddivise in diversi capitoli. Una volta scelto il proprio “survivor”, tra cui un vecchio veterano della marina (Bill), un armadio a 4 ante tutto tatuato(Francis), uno sfigatissimo salesman capitato lì per caso (Louis), o una casualissima impiegata del supermercato (Zoey).
E’ possibile disputare delle partite sia online che offline, tramite splitscreen, via lan o tramite internet, ma anche da soli. In quest’ultima modalità, essendo il gioco concepito per il multiplayer, è consigliabile non addentrarsi nei livelli di difficoltà più elevati, ed è meglio usarlo solo come palestra. Anche dopo parecchia esperienza infatti, i nostri compagni bot soccomberanno ben presto sotto la falce del Director lasciandoci soli, segnando nel giro di pochi secondi anche la nostra fine.
Alla base di tutto il sistema di gioco vi è un’efficacissimo sistema di IA chiamato appunto “The Director”. Infatti esso, come un vero e proprio regista deciderà in tempo reale i vari aspetti del gioco, come la colonna sonora, ma anche la disposizione dei medikit e delle munizioni, quali nemici e con quale frequenza schierarli contro i nostri scassatissimi personaggi. Avarissimo di aiuti ai livelli di difficolta elevati, il bastardo non esiterà a scagliarci contro centinaia di non morti (gli “infected”) da passare al tritacarne, intervallati dai cosiddetti “infected speciali” che riservano comportamenti differenti e in grado di stremare ulteriormente le risorse (e la sanità mentale) dei poveri Survivor. The Director spesso all’interno di un capitolo concede momenti di pace in cui poter usare un medikit e tirare un po’ di fiato, rendendo le successive fasi di attacco ancora più adrenaliniche e bastarde. Di fatto il comportamento dell’IA rende diversa ogni partita, e in un certo senso unica, che cresce di qualità al crescere dell’esperienza e dell’affiatamento dei giocatori. Ai livelli di difficoltà più alti il gioco diventa quasi impossibile, ma quel “quasi” spesso è più che sufficiente come motivazione al gioco. Per assurdo il gioco è ancora più divertente ai livelli di difficoltà più alti, anche se è palese che i nostri eroi non hanno la minima possibilità di portare a termine la missione. Per godere appieno del gioco è essenziale poter comunicare coi propri compagni tramite cuffia e microfono in modo da stabilire le varie tattiche e rendere il gruppo veramente coeso.
Come modalità alternativa è disponibile una sorta di deathmatch a squadre in cui si impersonano a turno gli infected o i survivor, modalità molto interessante ma anche veramente difficile da padroneggiare nella parte di infected.
Sviluppato tramite il sempre affidabile motore di Half Life 2, il “Source” si dimostra all’altezza di questa generazione di console con un alto livello di dettaglio, senza mai mostrare segni di affaticamento nemmeno nei momenti più assurdamente ingolfati di zombie. I comandi sono veramente ottimi anche col pad della XBOX. In una parola eccellente.
Personalmente è stato uno dei titoli che ho più atteso questo Natale e che si è dimostrato, oltre ogni migliore aspettativa, un gioco davvero speciale.

xlab
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